Berlusconi colpito al volto

Riporto le parole scritte da Peter Gomez e Marco Travaglio sul blog de “Il Fatto Quotidiano”, ben spiegano quello che penso in questo momento.

“Deve essere chiaro che chi ha colpito questa sera al volto il presidente del consiglio Silvio Berlusconi non è uno stupido, ma un delinquente. Il nostro pensiero sul Cavaliere è noto: crediamo che sia il peggior premier della storia repubblicana. Riteniamo che sia il perfetto campione di una classe dirigente nel suo complesso mediocre che non rappresenta il Paese e che il Paese non merita. Caste di questo tipo non si abbattono però con la violenza, ma con la forza dei fatti e delle idee. L’Italia ha bisogno di verità, di giustizia, di legalità, non di pugni in faccia o di insulti. Per questo è nato il nostro giornale, per questo è nato questo blog. Quindi ci auguriamo che il solitario protagonista dell’aggressione a Berlusconi venga punito con assoluta severità. Da parte nostra, invece, assicuriamo che andremo avanti come sempre: analizzando le cose, ragionando e (quando è il caso) protestando.

Post scriptum

Mentre scriviamo, giunge notizia che l’aggressore sarebbe in cura da 10 anni per malattie mentali al Policlinico di Milano. Fermo restando quello che abbiamo detto fin qui chi già cercava improbabili mandanti morali o si preparava a lanciare l’allarme terrorismo farebbe bene a darsi una calmata anche lui.”

Peter Gomez e Marco Travaglio

GATTACA?

DNA

Leggo oggi sulla Repubblica che Innova ha messo a punto un sistema per sequenziare una parte del proprio genoma al costo di soli 1000 dollari.

In Inghilterra si sta gia’ pensando di inserire l’analisi tra quelle coperte dall’assistenza sanitaria gratuita. I vantaggi sono molteplici: si potranno scovare fin dai primissimi anni di vita le propensioni per determinate malattie e si potranno studiare trattamenti personalizzati.

Ma fino a che punto queste informazioni saranno usate per il nostro benessere e non per discrinazioni su base genetica?

Vi consiglio di vedere, se non l’avete gia’ fatto,  il film GATTACA, che nel 1997 prevedeva la possibilita’ di sequenziare il genoma di ogni individuo, ancor prima della nascita, per assegnargli direttamente un ruolo sociale.

Spaventoso, no? Allora cominciamo ad informarci subito e a far pressioni per un’estensione delle leggi sulla privacy, che protegga anche il nostro codice genetico.

Facebook: un anno “intenso”

Sul sito del Guardian (www.guardian.co.uk) ho trovato un interessante articolo sugli obiettivi di Facebook per il 2009. In sintesi si tratta di vendere i nostri dati personali per indagini di mercato e pubblicità sempre più mirate. Le proteste contro le violazioni della privacy si stanno già alzando, ma dopotutto Facebook è un servizio gratuito che noi abbiamo deciso di usare accentandone le condizioni. Ora l’azienda deve fare soldi e prosperare e lo fa sfruttando l’enorme mole di dati personali che ha accumulato attraverso i suoi 150 milioni d’iscritti (che crescono al ritmo di 450.000 al giorno!).

Quindi il 2009 sarà l’anno in cui Facebook riuscirà ad affermarsi nell’olimpo della Sylicon Valley oppure scomparire come tante altre bolle…

Qui un’intervista del tech-blogger Robert Scobler ad Mark Zuckermann, fondatore e manager di Facebook.

Fotografia e Società – Gisele Freund

(brevissima recensione del libro: Gisele Freund, “Fotografia e Società”, Einaudi, 2007).

La nascita della fotografia in Francia all’inizio del XIX secolo portò profondi cambiamenti nella visione che l’uomo, come singolo o come gruppo, aveva di se stesso. La crescita della borghesia e l’ascesa sociale di molti piccoli borghesi necessitava di un nuovo tipo di ritrattistica, che fosse più economico, ma anche più veritiero, del classico dipinto. Veniva richiesta maggiore immediatezza e la possibilità di copie multiple. Soddisfando questi bisogni, la fotografia si è evoluta inseguendo i gusti dei clienti ed il profitto, spesso perdendo il legame con l’arte e la capacità di superare la semplice rappresentazione (vedi per esempio le differenze tra Nadar e Disderi).

jules_verne
Jules Verne fotografato da Nadar

La Freund analizza il ruolo della fotografia nella società fino agli anni ’70. Le innovazioni tecniche o i cambiamenti sociali, cosi come la diffusione delle riviste, della pubblicità e poi della televisione, e del fotoritocco, hanno influenzato moltissimo la percezione del pubblico verso l’immagine fotografica. Inoltre la fotografia è diventata onnipresente, inondando d’immagini la vita quotidiana. Queste relazioni vengono svelate e descritte con chiarezza, tramite numerosi esempi tratti dall’esperienza personale o di conoscenti, rendendo la lettura sempre interessante.Infine, si ritorna sul tema dell’arte come espressione artistica, soprattutto in una società ormai pervasa da fotografi dilettanti che scattano milioni di fotografie ogni anno.

Gisele Freund è anche fotografa. Il link vi porterà alla lista dei suoi libri su Amazon.co.uk

Il libro è suddiviso in capitoli prima cronologici e poi tematici:

0. Premessa
1. Precursori della fotografia

2. La fotografia durante la monarchia di Luglio

3. I primi fotografi
4. La fotografia durante il secondo Impero
5. Reazioni e atteggiamenti degli artisti contemporanei nei confronti della fotografia
6. Fioritura e decadenza del mestiere di fotografo
7. La fotografia come mezzo di riproduzione dell’opera d’arte

8. La fotografia giornalistica

9. Nascita del fotogiornalismo in Germania
10. Le riviste popolari negli Stati Uniti
11. La fotografia come strumento politico

12. La fotografia e la legge

13. La stampa scandalistica
14. La fotografia come espressione artistica
15. I fotodilettanti

Proximity: Stuff (cose)

Una parte del mio progetto Proximity (beta), che indaga il binomio vicinanza-indifferenza, è dedicato al rapporto dell’individuo e della massa con le cose e principalmente con lo shopping.
E’ importante per me raffigurare la vicinanza fisica tra persone che s’ignorano, perchè siamo assorti nei nostri pensieri, in quello che dobbiamo fare o nella nostra destinazione.
Nei supermercati questo fenomeno è ancora più accentuato, quasi ci scontriamo, ci urtiamo coi carrelli, le altre persone diventano più ostacoli da superare che mondi da scoprire…

Pelliccia, Genoa, Salumi
Pelliccia, Genoa, Salumi
Cappello, Carrello, Salumi
Cappello, Carrello, Salumi
Scaffali, Prodotti, Indecisione?
Scaffali, Prodotti, Indecisione?
Congestione
Congestione

Il Pane per la Ricerca

Riporto per intero l’articolo di Guido Barbujani comparso su “Il Sole 24 Ore” del 29 settmbre 2008 (p. 47), perchè ripropone in chiave diretta e chiara il problema del taglio ai finanziamenti per l’Università proposto dal Ministro Tremonti e in questi giorni in fase di approvazione al parlamento.

Il pane per la ricerca
Da qui al 2012 il taglio delle risorse scoraggerà gli studiosi più meritevoli e accelererà il declino del nostro Paese
di Guido Barbujani (Il Sole 24 Ore)

Nel suo bel libro L’ombra della guerra (Donzelli, 2007), Guido Crainz racconta come nel grande rivolgimento postbellico i braccianti agricoli avessero strappato salari più dignitosi. Dall’organo dei possidenti terrieri bergamaschi, Terra Orobica, sale un grido di dolore: «Un tempo la mercede oraria dei contadini era pari al valore di un chilogrammo di pane. Non sarebbe opportuno ed equo che si ripristinasse questa unità di misura?».
Al panificio Orsatti di Ferrara un chilo di pane costa 6,50 euro. Moltiplicato per 40 ore la settimana e per 4 settimane fa 1.040 euro al mese. È quanto guadagnano oggi (1.047 euro al mese, per l’esattezza) i dottorandi, cioè i laureati che lavorano a tempo pieno su un progetto scientifico che li porterà al più alto titolo universitario, il dottorato di ricerca. Studia; se sarai bravo ti laureerai; e se sarai bravissimo potrai aspirare a uno stipendio pari a quello che, nel ’46, i braccianti di Bergamo non erano più disposti ad accettare. Questo è il messaggio che mandiamo agli studenti che puntano a ottenere la massima qualificazione accademica, alla futura classe dirigente del Paese.
È frustrante parlare dello stato di abbandono in cui versano Università e ricerca nel nostro Paese. Le cifre sono grottesche, nessuno ci fa più caso. Tanto per dirne una: per i diritti degli highlights della serie A, la Rai ha speso più di quanto nel 2008 l’Italia ha investito nella ricerca di base, i cosiddetti progetti Prin.
Lo conferma il rapporto 2008 dell’Ocse, Education at a glance (lo trovate al sito http://caliban.sourceoecd.org/upload/9608041etemp.pdf). In media, nei Paesi dell’Ocse si spende per l’Università l’1,5% del prodotto interno lordo; in Italia, lo 0,9 per cento. Dietro di noi c’è solo la Slovacchia, per un pelo. Gli Stati Uniti investono nelle istituzioni universitarie il 2,9% del loro prodotto lordo, il Canada il 2,6 per cento. Grecia, Messico, Polonia, Israele, Portogallo, Turchia, Estonia, Cile: sono tutti davanti a noi, alcuni di un bel po’. Va bene, dirà qualcuno, ma negli Usa i privati sono molto più generosi. Vero, i privati americani lo sono sei volte più dei nostri (l’1,9% contro lo 0,3%). Ma negli Stati Uniti di George W. Bush i finanziamenti pubblici dell’Università sono il doppio che in Italia.
Presto rimpiangeremo i tempi in cui potevamo giocarci con la Slovacchia il penultimo posto. A giugno, infatti, con il decreto legge 112/08, inserito nella manovra finanziaria per il 2009 («Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria») l’Università italiana è stata rivoltata come un calzino. Per cominciare, dovrà dimagrire: sarà assunto un nuovo dipendente solo ogni cinque pensionamenti. Ne deriveranno crescenti economie per il bilancio dello Stato, da 456 milioni di euro nel 2009 fino a 3.188 milioni nel 2012. Sembrerebbe insomma che per garantire lo sviluppo economico e la competitività il nostro Governo abbia scoperto l’uovo di Colombo. Niente nuove risorse, anzi, noi faremo il contrario di quello che fanno gli altri: disinvestire, disinvestire! Barack Obama promette un milione di nuovi insegnanti? Che fesseria: noi, invece, per essere più competitivi, ce ne sbarazzeremo: dalla scuola elementare in su.
A colpi di un’assunzione ogni cinque pensionamenti, c’è poco da fare: presto i docenti non basteranno più. Chiuderanno i corsi di laurea, poi le facoltà, poi interi atenei. Il decreto legge 112/08 offre però una scappatoia. Le università non vogliono chiudere? Si trasformino in fondazioni di diritto privato. Non è ancora ben chiaro cosa questo comporti, ma è chiaro come andrà a finire. Chi non ce la fa muore, chi ce la fa – le università che troveranno uno sponsor – si privatizza. Anche così, però, i fondi per sopravvivere (e non parliamo di crescere) saranno scarsissimi. Oggi le tasse nelle università private sono dieci volte più alte che in quelle pubbliche. Prima di mettersi a licenziare i dipendenti, le università superstiti si adegueranno. Quando nel nostro Paese l’università sarà solo privata ci si laureerà a prezzo di mercato.
Potremmo non preoccuparcene. All’università, si sente dire, non si lavora; i professori non ci sono mai e quando ci sono battono la fiacca. Venite a controllare, non è così. Ma qualcosa di vero c’è: non tutte le sedi, non tutti i corsi, sono all’altezza del loro compito. Che fare, allora? Altrove si valuta la produzione scientifica; si premia chi lo merita, si penalizzano gli altri. Da noi, invece, si spara nel mucchio. I professori vogliono soldi? Che se li trovino. E la ricerca di base, l’alta formazione postlaurea? E chi se ne frega. La pensano così in molti: il decreto 112/08 ricalca una proposta di legge presentata nella scorsa legislatura da Nicola Rossi, allora deputato Ds, oggi senatore del Pd. «L’Italia ha bisogno di un soffio di libertà. Libertà di competere, libertà di rischiare, libertà di inventare, libertà di scommettere sul proprio talento» scrive Rossi al proprio sito web. «Non crediamo», continua, «che la giustizia sociale si misuri in quantità di spesa pubblica». Giusto. Resta da capire come potranno scommettere sul proprio talento i nostri migliori laureati, senza investimenti nella ricerca, senza borse di studio, senza futuro nel sistema accademico. E soprattutto come potrà il Paese, liquidate università e ricerca pubbliche, restare a galla in una competizione internazionale che si gioca sempre più sulle conoscenze e sull’innovazione.
Perché di questo si tratta. Dei tagli forsennati alla spesa per l’università soffrirà inizialmente solo chi ci lavora. Sarà sempre più difficile fare ricerca, e senza ricerca si sforneranno laureati sempre più scadenti. Ma lì per lì se ne accorgeranno in pochi: ci sarà qualche disoccupato intellettuale in più, e sui giornali compariranno sempre meno titoli del tipo: “Scienziato italiano scopre questo o quello”. Ma quando avremo definitivamente scassato il nostro sistema di istruzione superiore ci vorranno decenni per ricostruirlo. Per decenni saremo privi di personale qualificato, di ricerca di base, di progetti innovativi, di strutture per l’alta formazione: di tutta quella paccottiglia su cui, chissà perché, insistono a spendere denaro pubblico gli americani e i loro compari canadesi, tedeschi, inglesi.
Vogliamo che vada a finire così? Sembra proprio di sentir echeggiare dal Parlamento un bel “Sì” bipartisan. Fra qualche anno magari gli storici distingueranno fra chi quel sì lo ha pronunciato implicitamente non mantenendo le promesse elettorali, e chi lo ha esplicitato con atti vandalici contro il sistema universitario. Ma oggi non importa. Importa che, in controtendenza con tutto il mondo civile, stiamo gettando nel cesso un patrimonio culturale accumulato attraverso secoli. Presto per le menti migliori delle nuove generazioni non ci sarà nemmeno quel chilo di pane all’ora che un’Italia enormemente più povera della nostra destinava ai suoi contadini senza terra.

Sempre piu’ in basso…

Cos’e’ la memoria storica?
I politici italiani probabilmente pensano che sia una memoria fluida, da rimodellare a proprio piacimento, a scapito della serieta’ delle ricerche storiche.
Altrimenti come spiegare le dichiarazioni del sindaco di Roma Alemanno e del ministro La Russa? Questi, e altri, politici dal passato (neo-)fascista stanno conducendo una campagna propagandistica per cercare di separare il “buon fascismo” dal “cattivo fascismo”. Ma il fascismo e’ stato uno solo, e’ stato combattuto e (apparentemente) distrutto 50 anni fa, ma ancora oggi in Italia si tenta di rivalutarlo. Come se in Spagna qualcuno tentasse di rispolverare il Franchismo…

Analfabeti d’Italia

Siamo un popolo di ignoranti!

Tratto da un articolo di Tullio de Mauro per Internazionale:

“Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare.

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.”

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