Il Pane per la Ricerca

Riporto per intero l’articolo di Guido Barbujani comparso su “Il Sole 24 Ore” del 29 settmbre 2008 (p. 47), perchè ripropone in chiave diretta e chiara il problema del taglio ai finanziamenti per l’Università proposto dal Ministro Tremonti e in questi giorni in fase di approvazione al parlamento.

Il pane per la ricerca
Da qui al 2012 il taglio delle risorse scoraggerà gli studiosi più meritevoli e accelererà il declino del nostro Paese
di Guido Barbujani (Il Sole 24 Ore)

Nel suo bel libro L’ombra della guerra (Donzelli, 2007), Guido Crainz racconta come nel grande rivolgimento postbellico i braccianti agricoli avessero strappato salari più dignitosi. Dall’organo dei possidenti terrieri bergamaschi, Terra Orobica, sale un grido di dolore: «Un tempo la mercede oraria dei contadini era pari al valore di un chilogrammo di pane. Non sarebbe opportuno ed equo che si ripristinasse questa unità di misura?».
Al panificio Orsatti di Ferrara un chilo di pane costa 6,50 euro. Moltiplicato per 40 ore la settimana e per 4 settimane fa 1.040 euro al mese. È quanto guadagnano oggi (1.047 euro al mese, per l’esattezza) i dottorandi, cioè i laureati che lavorano a tempo pieno su un progetto scientifico che li porterà al più alto titolo universitario, il dottorato di ricerca. Studia; se sarai bravo ti laureerai; e se sarai bravissimo potrai aspirare a uno stipendio pari a quello che, nel ’46, i braccianti di Bergamo non erano più disposti ad accettare. Questo è il messaggio che mandiamo agli studenti che puntano a ottenere la massima qualificazione accademica, alla futura classe dirigente del Paese.
È frustrante parlare dello stato di abbandono in cui versano Università e ricerca nel nostro Paese. Le cifre sono grottesche, nessuno ci fa più caso. Tanto per dirne una: per i diritti degli highlights della serie A, la Rai ha speso più di quanto nel 2008 l’Italia ha investito nella ricerca di base, i cosiddetti progetti Prin.
Lo conferma il rapporto 2008 dell’Ocse, Education at a glance (lo trovate al sito http://caliban.sourceoecd.org/upload/9608041etemp.pdf). In media, nei Paesi dell’Ocse si spende per l’Università l’1,5% del prodotto interno lordo; in Italia, lo 0,9 per cento. Dietro di noi c’è solo la Slovacchia, per un pelo. Gli Stati Uniti investono nelle istituzioni universitarie il 2,9% del loro prodotto lordo, il Canada il 2,6 per cento. Grecia, Messico, Polonia, Israele, Portogallo, Turchia, Estonia, Cile: sono tutti davanti a noi, alcuni di un bel po’. Va bene, dirà qualcuno, ma negli Usa i privati sono molto più generosi. Vero, i privati americani lo sono sei volte più dei nostri (l’1,9% contro lo 0,3%). Ma negli Stati Uniti di George W. Bush i finanziamenti pubblici dell’Università sono il doppio che in Italia.
Presto rimpiangeremo i tempi in cui potevamo giocarci con la Slovacchia il penultimo posto. A giugno, infatti, con il decreto legge 112/08, inserito nella manovra finanziaria per il 2009 («Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria») l’Università italiana è stata rivoltata come un calzino. Per cominciare, dovrà dimagrire: sarà assunto un nuovo dipendente solo ogni cinque pensionamenti. Ne deriveranno crescenti economie per il bilancio dello Stato, da 456 milioni di euro nel 2009 fino a 3.188 milioni nel 2012. Sembrerebbe insomma che per garantire lo sviluppo economico e la competitività il nostro Governo abbia scoperto l’uovo di Colombo. Niente nuove risorse, anzi, noi faremo il contrario di quello che fanno gli altri: disinvestire, disinvestire! Barack Obama promette un milione di nuovi insegnanti? Che fesseria: noi, invece, per essere più competitivi, ce ne sbarazzeremo: dalla scuola elementare in su.
A colpi di un’assunzione ogni cinque pensionamenti, c’è poco da fare: presto i docenti non basteranno più. Chiuderanno i corsi di laurea, poi le facoltà, poi interi atenei. Il decreto legge 112/08 offre però una scappatoia. Le università non vogliono chiudere? Si trasformino in fondazioni di diritto privato. Non è ancora ben chiaro cosa questo comporti, ma è chiaro come andrà a finire. Chi non ce la fa muore, chi ce la fa – le università che troveranno uno sponsor – si privatizza. Anche così, però, i fondi per sopravvivere (e non parliamo di crescere) saranno scarsissimi. Oggi le tasse nelle università private sono dieci volte più alte che in quelle pubbliche. Prima di mettersi a licenziare i dipendenti, le università superstiti si adegueranno. Quando nel nostro Paese l’università sarà solo privata ci si laureerà a prezzo di mercato.
Potremmo non preoccuparcene. All’università, si sente dire, non si lavora; i professori non ci sono mai e quando ci sono battono la fiacca. Venite a controllare, non è così. Ma qualcosa di vero c’è: non tutte le sedi, non tutti i corsi, sono all’altezza del loro compito. Che fare, allora? Altrove si valuta la produzione scientifica; si premia chi lo merita, si penalizzano gli altri. Da noi, invece, si spara nel mucchio. I professori vogliono soldi? Che se li trovino. E la ricerca di base, l’alta formazione postlaurea? E chi se ne frega. La pensano così in molti: il decreto 112/08 ricalca una proposta di legge presentata nella scorsa legislatura da Nicola Rossi, allora deputato Ds, oggi senatore del Pd. «L’Italia ha bisogno di un soffio di libertà. Libertà di competere, libertà di rischiare, libertà di inventare, libertà di scommettere sul proprio talento» scrive Rossi al proprio sito web. «Non crediamo», continua, «che la giustizia sociale si misuri in quantità di spesa pubblica». Giusto. Resta da capire come potranno scommettere sul proprio talento i nostri migliori laureati, senza investimenti nella ricerca, senza borse di studio, senza futuro nel sistema accademico. E soprattutto come potrà il Paese, liquidate università e ricerca pubbliche, restare a galla in una competizione internazionale che si gioca sempre più sulle conoscenze e sull’innovazione.
Perché di questo si tratta. Dei tagli forsennati alla spesa per l’università soffrirà inizialmente solo chi ci lavora. Sarà sempre più difficile fare ricerca, e senza ricerca si sforneranno laureati sempre più scadenti. Ma lì per lì se ne accorgeranno in pochi: ci sarà qualche disoccupato intellettuale in più, e sui giornali compariranno sempre meno titoli del tipo: “Scienziato italiano scopre questo o quello”. Ma quando avremo definitivamente scassato il nostro sistema di istruzione superiore ci vorranno decenni per ricostruirlo. Per decenni saremo privi di personale qualificato, di ricerca di base, di progetti innovativi, di strutture per l’alta formazione: di tutta quella paccottiglia su cui, chissà perché, insistono a spendere denaro pubblico gli americani e i loro compari canadesi, tedeschi, inglesi.
Vogliamo che vada a finire così? Sembra proprio di sentir echeggiare dal Parlamento un bel “Sì” bipartisan. Fra qualche anno magari gli storici distingueranno fra chi quel sì lo ha pronunciato implicitamente non mantenendo le promesse elettorali, e chi lo ha esplicitato con atti vandalici contro il sistema universitario. Ma oggi non importa. Importa che, in controtendenza con tutto il mondo civile, stiamo gettando nel cesso un patrimonio culturale accumulato attraverso secoli. Presto per le menti migliori delle nuove generazioni non ci sarà nemmeno quel chilo di pane all’ora che un’Italia enormemente più povera della nostra destinava ai suoi contadini senza terra.

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